Django Unchained – Recensione in anteprima
1858, America del Sud. Il Dr. King Schultz, cacciatore di taglie tedesco ed ex dentista, libera lo schiavo Django perché lo aiuti a trovare alcuni ricercati. I due diventeranno inseparabili compagni. Django, che si dimostra uno straordinario pistolero, è ossessionato dall’idea di liberare sua moglie Broomhilda dalle grinfie del perfido schiavista Candie e del suo servitore, il nero rinnegato Stephen.
Django Unchained
Titolo originale: Django Unchained
Genere: Western
Regia: Quentin Tarantino
Interpreti: Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo Di Caprio, Samuel L. Jackson, Kerry Washington, Don Johnson
Provenienza: USA
Durata: 165 min.
Casa di produzione: The Weinstein Company, Columbia Pictures, Brown 26 Productions, Double Feature Films
Distribuzione (Italia): Warner Bros.
Data di uscita: 25 dicembre 2012 (USA); 17 gennaio 2013 (Italia)
Dopo averci raccontato storie di vendetta omaggiando il cinema orientale con Kill Bill e il genere bellico con Bastardi senza gloria, Quentin Tarantino si rifà stavolta allo spaghetti western rendendo tributo, almeno nelle intenzioni dichiarate, alle pellicole di Sergio Corbucci. Il nome del protagonista cita proprio lo Django diretto dal compianto regista romano, interpretato da Franco Nero e uscito nel ’66, che ha avuto un sequel ufficiale nell’87, sempre con lo stesso attore, e tutta una serie di emuli tra i quali Preparati la bara! in cui Django era interpretato da Terence Hill.
Uscito a Natale in USA, Django Unchained ha registrato un plebiscito di critica e pubblico conquistando cinque nomination agli Oscar tra cui quella per il Miglior Film. Tuttavia, è un’opera che può lasciare insoddisfatti contrapponendo alla solidità della struttura narrativa e all’elevata caratura attoriale una regia a tratti autoreferenziale, priva di quei guizzi a cui l’autore ci aveva abituati. Inoltre, più che citare i western all’italiana, caratterizzati da low-budget e povertà di mezzi, l’autore preferisce rifarsi alla più sontuosa controparte americana.
Christoph Waltz, già vincitore dell’Oscar per il ruolo da villain nazista in Bastardi senza gloria, interpreta il cacciatore di taglie Schultz tirando fuori una performance ancor più straordinaria tracciando un personaggio istrionico, risolto costantemente in chiave comica, che diventa il vero protagonista del film mettendo totalmente in ombra il pur bravo Jamie Foxx che veste invece i panni di Django, (anti)eroe rabbioso e determinato. I due compongono una coppia che si evidenzia per l’ovvia dicotomia razziale.
A metà film entra in scena un Leonardo Di Caprio versione uomo d’affati schiavista, con l’ironico nome Candie, che intraprende una partita a tennis verbale con Waltz costringendo ancora Foxx ad essere poco più che spettatore. A fare da arbitro Samuel L. Jackson nelle vesti dell’anziano Stephen, un po’ infido e un po’ macchiettistico, è uno schiavo che ha tradito la sua razza mostrandosi estremamente fedele al suo padrone e quindi il vero cattivo ideale del film.
La bellissima Kerry Washington è una Broomhilda lontanissima dalle bad girls tarantiniane viste in Kill Bill, Grindhouse e Bastardi senza gloria. É semplicemente la donzella in attesa che il cavaliere giunga a salvarla. Non a caso viene imbastito un esplicito paragone con l’omonima Brunilda salvata da Sigfrido nella saga nordica raccontata da Richard Wagner ne L’Anello del Nibelungo.
L’ironia surreale di cui è venata la cinematografia tarantiniana, qui prende spesso il sopravvento sfociando nella più pura parodia. Basti vedere la scena in cui i membri del Ku Klux Klan, tra cui Don Johnson e Jonah Hill, prendono a litigare perché i buchi per gli occhi nei cappucci sono troppo piccoli. Una sequenza che sembra uscire da uno Scary Movie. Come pure Django che, nella prima parte del film, se ne va in giro con indosso un ridicolo vestito blu da paggio e nel finale sembra trasformarsi in Will Smith (che era stato la prima scelta di Tarantino per il ruolo di Django) nella baracconata fanta-western Wild Wild West.
I pregi e i difetti di Tarantino ci sono tutti, a cominciare dalla sovrabbondanza di dialoghi, scritti e recitati benissimo. Laddove, negli altri film, il regista inseriva disquisizioni cinematografiche tra i personaggi, qui, data l’epoca in cui si svolge la storia, deve limitarsi ad argomentare di recitazione.
La violenza è, come al solito, tanto esasperata da non essere credibile. In particolare, la sparatoria ultrasplatter nel finale con gente colpita dai proiettili che schizza via come se fosse (e realisticamente lo è) appesa a dei cavi elastici. Quando la storia sembra raggiungere il giusto finale, il regista la diluisce inutilmente aggiungendo una ventina di minuti supplementari nei quali si ritaglia una compiaciuta particina davanti alla telecamera.
Le performance degli interpreti che traducono al meglio l’elaborato script di Tarantino sono ipnotiche ma la pellicola finisce per essere prolissa, troppo verbosa, invasa da un’eccessiva componente comica, poco movimentata e senza nuove idee da parte di un regista sempre abile ma apparentemente in fase involutiva. Il piatto di spaghetti western affoga nella salsa hollywoodiana dentro la quale annaspa anche il nostro Franco Nero presente in un cameo. In tale contesto stona l’inserimento nel finale di They call me Trinity, dalla colonna sonora di Lo chiamavano Trinità. Il film ha i suoi meriti e riesce a divertire ma non è quel capolavoro di cui si dice. Ci si aspettava molto di più.







