Die Hard: Un Buon Giorno per Morire – Recensione in anteprima
Chagarin, un corrotto alto funzionario russo, vuole far incriminare senza un giusto processo Yuri Komarov, prigioniero politico ed informatore del Governo. Dopo aver assassinato un tirapiedi di Chagarin, apparentemente per conto dell’avversario, il giovane americano Jack viene arrestato. Quando alcuni terroristi attaccano il tribunale per catturare Komarov, Jack fugge insieme a lui e s’imbatte inaspettatamente in suo padre: John McClane.

Die Hard – Un Buon Giorno per Morire
Titolo originale: A Good Day to Die Hard
Genere: Azione
Regia: John Moore
Interpreti: Bruce Willis, Jai Courtney, Sebastian Koch, Yuliya Snigir, Mary Elizabeth Winstead
Provenienza: USA
Durata: 97 min.
Casa di produzione: Dune Entertainment, Ingenious Film Partners, Origo Film Group, 20th Century Fox
Distribuzione (Italia): 20th Century Fox
Data di uscita: 14 febbraio 2013
Bruce Willis torna ad interpretare il suo personaggio più iconico nel quinto episodio della saga iniziata nel 1988 da John McTiernan, regista del primo e terzo capitolo, che ha passato il testimone prima a Renny Harlin e poi a Len Wiseman. Onore e onere spettano stavolta a John Moore, autore di pellicole piuttosto trascurabili quali il cinevideogame Max Payne, Il Volo della Fenice o l’imbarazzante remake di Omen – Il presagio.
Se, nei primi due episodi, McClane doveva cavarsela praticamente da solo, nei successivi ha sempre avuto al suo fianco un compagno, a cominciare dal riluttante e burbero Zeus, interpretato da Samuel L. Jackson, passando per il simpatico nerd Matthew, arrivando qui al figlio Jack che ha il volto, e soprattutto i muscoli, di Jai Courtney, già visto in Jack Reacher. Concettualmente potrebbe ricordare Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo ma l’acredine tra padre e figlio fa pensare più a Indiana Jones e l’Ultima Crociata.
Non ci si aspetti la solida impalcatura narrativa a cui la saga ci aveva abituati. La storia, che si dipana in appena un’ora e mezza (gli altri capitoli superavano tutti le due ore), è un inutile e inverosimile pasticcio tirato via alla meno peggio, tra spie, controspie, traditori e cliché quali minacce nucleari e, vista l’ambientazione, l’immancabile Chernobyl. I pochi risvolti narrativi sono del tutto prevedibili e particolarmente noiosi.
Il film manca soprattutto di tensione e parte immediatamente con l’action più sfrenata presentando in apertura un inseguimento automobilistico così fracassone da far impallidire il quinto Fast & Furious, ma in maniera molto più rozza. E’ un McClane poco attivo. Nonostante salti fuori il nerboruto adeguato, non c’è la puntuale scazzottata che tutti si aspetterebbero. E’ tutto uno sparare, esplodere, scappare e lanciarsi nel vuoto con un tasso di violenza abbastanza edulcorato e gag trite e ritrite.
Il rapporto conflittuale tra John e Jack, venato della giusta ironia, funziona benino e viene imbastita una dicotomia con la relazione tra Komarov e sua figlia, la bellissima Yuliya Snigir. Per un duro come John McClane la sfida più grande è quella di esternare i propri sentimenti ma, in tal senso, il film diventa troppo didascalico e sdolcinato mostrando un eroe forse troppo ammorbidito dall’età.
Ad una prima visione il film si lascia seguire, diverte e strappa qualche risata ma finisce per rivelarsi deludente, troppo lontano nello spirito e nella struttura dal Die Hard originale e dettato da una regia con pochissime idee. I fans della saga andranno a vederlo comunque ed è giusto che sia così perché John McClane è un personaggio a cui tutti siamo affezionati ma c’è la triste sensazione che il franchise Die Hard stia invecchiando insieme al suo protagonista. Il sesto episodio è già stato annunciato. Che sia un’opportunità di riscatto.
