The Amazing Spider-Man – Recensione in anteprima
Spider-Man Begins. Il reboot della saga cinematografica dedicata all’Arrampicamuri Marvel sembra imitare nello stile e nelle dinamiche narrative il modello di Batman Begins, il primo capitolo della trilogia di Christopher Nolan che pure ha avuto il compito ed il merito di far ripartire il franchising cinematografico sul Cavaliere Oscuro della DC.
The Amazing Spider-Man
Titolo originale: The Amazing Spider-Man
Genere: Supereroi
Regia: Marc Webb
Interpreti: Andrew Garfield, Emma Stone, Rhys Ifans, Denis Leary, Martin Sheen
Provenienza: USA
Durata: 136 min.
Casa di produzione: Columbia Pictures, Marvel Entertainment, Laura Ziskin Productions
Distribuzione (Italia): Warner Bros.
Data di uscita: 4 luglio 2012
Il regista Marc Webb pare aver appreso bene la lezione di Nolan mettendo insieme un film solido e realistico che fa da contraltare alla versione più stilizzata dello Spider-Man di Sam Raimi, esattamente come la nuova trilogia di Batman si contrappone nella resa estetica alla rilettura gotico-fiabesca di Tim Burton e a quella kitsch-psichedelica di Joel Schumacher. Ma al di là della cornice, sono davvero molti i punti in comune tra The Amazing Spider-Man e Batman Begins.
Entrambi i film esplorano in maniera ampia ed approfondita le origini dei rispettivi supereroi e si aprono con un episodio significativo dell’infanzia del protagonista. Proprio come Nolan, Webb è attento a non inserire o insistere su elementi già esplorati nella precedente serie cinematografica. In questo caso si puntano i fari sul mistero che riguarda i genitori di Peter Parker, completamente ignorati da Raimi, e sui risvolti che la loro scomparsa può avere sulla psicologia del giovane protagonista.
Andrew Garfield, apprezzato in The Social Network di David Fincher, è un Peter stile Marty McFly, l’indimenticabile eroe di Ritorno al Futuro interpretato da Michael J. Fox: un giovane di buona volontà che gira in skateboard, non imbranato ma in balìa dei bulli. Laddove Marty doveva vedersela con Biff, qui c’è l’immancabile Flash Thompson che finisce per essere molto più fedele alla sua controparte fumettistica rispetto a quella vista nel primo episodio della precedente trilogia cinematografica. Ma Garfield è bravo ad aggiungere al personaggio sfaccettature di rabbia e rancore che lo rendono ancor più credibile come scapestrato combinaguai suo malgrado che fa fatica ad accettare le responsabilità comportate dai suoi nuovi poteri, ottenuti in circostanze diverse da quelle che conosciamo.
Come nel fumetto, qui è Gwen Stacy il primo vero amore di Peter, con gli occhi azzurri di una deliziosa Emma Stone che, curiosamente, ha lavorato nel dramma The Help insieme a Bryce Dallas Howard, interprete proprio di Gwen, scritta e risolta malissimo, in Spider-Man 3. Stavolta si tratta di una ragazza determinata, coraggiosa, risoluta, non di una svampitella urlante in attesa che l’eroe la salvi. Webb, regista dell’apprezzata commedia romantica (500) giorni insieme, imbastisce qui una storia sentimentale che salta forse qualche passaggio e denota alcuni dialoghi divertenti ma sterili. La vicenda romantica si risolleva però nel finale presentando un’evoluzione che poteva rischiare di scadere nel già visto ma regala un colpo di coda niente male.
Se Nolan, nel suo reboot, aveva chiamato in causa due villain che non erano stati inseriti nella precedente saga, collegandone uno alle origini del supereroe, qui accade lo stesso con il dr. Curt Connors, un convincente Rhys Ifans, destinato a diventare il mostruoso Lizard. La creatura, ahimé, mette a nudo uno dei punti deboli del film, ovvero gli effetti digitali, a tratti dozzinali, che rendono il character poco credibile. Anche il piano del malvagio richiama quello del Ra’s Al Ghul batmaniano sia per modalità che per la convinzione di perseguire un bene superiore.
Un granitico ma simpatico Denis Leary è il Capitano George Stacy, padre di Gwen, che dà la caccia a Spider-Man. Molto bello il faccia a faccia con Peter circa la differenza tra l’essere un vigilante e un tutore dell’ordine. Il momento più intenso nel rapporto tra i due, durante la grande battaglia finale, è anche il più emozionante del film. Martin Sheen riesce a dare allo zio Ben una sfumatura autoritaria ma benevola. Il suo destino è risaputo ma viene qui presentato con maggior realismo e l’accento sulla sua sorte non è troppo calcato proprio per non tornare su sentieri già esplorati dal pubblico. Gradevole anche la zia May di Sally Field, non più la vecchia saggia e un po’ noiosa della situazione, ma una donna tanto moderna e grintosa quanto dolce, amorevole e malinconica.
Gli elementi (fanta)scientifici sono semplificati quanto basta, soprattutto la concezione dei lanciaragnatele di Spider-Man che vengono qui reintrodotti dopo la ragnatela organica vista nella saga di Raimi. Il supereroe viene posto in situazioni inedite nelle quali i suoi poteri e le sue abilità sono continuamente messe alla prova e possono dimostrarsi inadeguate. Non viene trascurata neanche la natura iconica del supereroe e l’ispirazione che rappresenta per i newyorchesi, chiamati in causa direttamente.
La regia di Webb ha un buon ritmo e i 136 minuti di film scivolano via che è un piacere. Purtroppo il 3D è integrato malissimo rendendo deficitarie le riprese in soggettiva delle evoluzioni di Spider-Man. Bene le gag comiche, equilibrate e mai invadenti. Solo l’immancabile cameo di Stan Lee finisce per essere sopra le righe ma non infastidisce troppo. Orecchiabile la colonna sonora di James Horner che può comunque irrobustire il tema principale negli episodi successivi. Alcune linee narrative vengono lasciate in sospeso. Ancora da scoprire il Daily Bugle e il ruolo di Norman Osborn. La scena durante i titoli di coda è la più criptica che si sia mai vista.
Nonostante qualche pecca nella qualità visiva, The Amazing Spider-Man è un film avvincente ed esaltante che rilegge in chiave moderna il mito dell’Arrampicamuri senza tradire i contenuti dell’opera originale e ricordandoci ancora una volta, con un linguaggio e con dinamiche più adatte alle nuove generazioni, che da grandi poteri derivano grandi responsabilità.








