Diaz – Don’t Clean Up This Blood – Recensione
Daniele Vicari racconta «La più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale.» Un pugno nello stomaco che non si dimentica.
Diaz – Don’t Clean Up This Blood
Regia: Daniele Vicari
Interpreti: Jennifer Ulrich, Claudio Santamaria, Davide Iacopini, Elio Germano, Paolo Calabresi, Renato Scarpa, Mattia Sbragia
Provenienza: Italia, Francia, Romania
Durata: 127 min.
Produzione: Fandango, Le Pacte, Mandragora Movie
Giovedì 19 luglio 2001. Inizia il G8 di Genova. Responsabile del coordinamento dei movimenti No Global è il Genoa Social Forum, il cui Media Center è adiacente alla scuola Diaz. Fin da subito, numerosi cortei di disobbedienti appartenenti a varie associazioni, prendono a spostarsi per la città manifestando. Gruppi violenti, i famigerati Black Block, s’infiltrano fra di loro.
Venerdì 20 luglio. La guerriglia urbana si accende e s’infiamma. I destini del carabiniere Mario Placanica e del manifestante Carlo Giuliani s’incrociano negli istanti che portano alla morte del giovane in piazza Alimonda.
Sabato 21 luglio. È qui che inizia il film di Daniele Vicari, mostrando la deriva raggiunta dagli scontri. Genova viene messa a ferro e fuoco, si respira un sentimento di aggressività sotterranea, pronta a scoppiare. Il regista è abilissimo nel costruire questa tensione, amplificando la sensazione d’ineluttabilità degli eventi, purtroppo già scritti nella storia. I vari personaggi messi in campo sono prigionieri di una situazione che sta inesorabilmente precipitando, come una bottiglia di vetro lanciata verso l’inevitabile rottura.
Per molti, ritrovarsi alla scuola Diaz, è una semplice coincidenza o uno scherzo del destino. Il luogo veniva infatti considerato sicuro proprio per il suo ruolo istituzionale, e mentre il G8 terminava e la folla di manifestanti cominciava ad organizzare una ripartenza, molti vi si recarono per passare la notte. Doveva essere un posto come un’altro per dormire.
Mentre una delle critiche che si possano fare al recente Romanzo di una strage, altro importante film inchiesta su un fatto doloroso della nostra storia, sia quella di una componente di ricostruzione storica che prende il sopravvento sul puro linguaggio cinematografico, appiattendo sostanzialmente la forza emotiva capace di scaturirne, per Diaz – Don’t Clean Up This Blood, il pericolo è stato certamente scongiurato. La sceneggiatura di Vicari e Laura Paolucci, pur attenendosi a carte processuali e quindi a fatti provati e non romanzati, è in grado di costruire una forte struttura da film di genere.
Il regista ha dichiarato di non credere nel cosiddetto cinema sociale (quello per esempio di Petri, Rosi, Pontecorvo) e si vede. Il film si tiene alla larga dalla componente documentaristica, camuffando i nomi dei protagonisti e non seguendo l’evolversi dei processi o una netta identificazione di responsabili. Per una tale ricerca, esistono fortunatamente i libri di Vittorio Agnoletto e Lorenzo Guadagnucci. L’obiettivo di Vicari era un’altro: la componente umana della storia. I fatti di quella terribile notte, non il prima o il dopo.
Tecnicamente, tutta la prima parte del film è un thriller, ricco di suspense, che gioca con le conoscenze pregresse dello spettatore che sa quello che sta per accadere, ma teme di vederlo. Conosciamo i vari personaggi prima che diventino semplici nomi di un articolo di giornale, secondo una classica narrazione corale. La musica di Teho Teardo si fonde alla cupezza delle immagini di Gherardo Gossi creando un’atmosfera elettrica.
Poi il film esplode nei suoi toni più cupi diventando un horror. L’assalto ai cancelli della Diaz, il fremito nelle mani che stringono i manganelli, la furia con la quale i poliziotti invadono l’edificio e il rabbioso impeto con cui investono le persone con le mani alzate. Non più forze dell’ordine, ma sagome oscure, creature animalesche indefinibili, che si muovono senza pensare, agitandosi per colpire. Non più uomini, ma, come in un classico horror, il male puro che si abbatte feroce.
Una regia analitica ed un montaggio serrato vivisezionano i momenti del pestaggio, definito “Macelleria Messicana” dal vice questore dell’epoca Michelangelo Fournier (nel film il suo personaggio si chiama Max Flamini ed è interpretato da Claudio Santamaria). Una sequenza dura e scioccante, in cui l’unico limite alla violenza viene imposto dallo sguardo stesso di Vicari, perché i fatti in realtà furono ancora più crudi (per chi volesse ascoltarli direttamente dai reduci di quella nota esiste il toccante documentario Black Block di Carlo A. Bachschmidt).
Fondendosi di tanto in tanto con immagini di repertorio di videoamatori e reti locali (che sono poi risultate fondamentali in sede processuale) il film prosegue la sua discesa nei gironi di quella notte. Vicari continua il suo pedinamento su coloro che, in precario stato di salute, dopo una rapida medicazione in ospedale vennero portati nella caserma di Bolzaneto, dove, in alcune agghiaccianti sequenze (nelle quali emerge l’intensissima interpretazione dell’attrice tedesca Jennifer Ulrich), ci vengono mostrati alcuni dei maltrattamenti e degli abusi commessi nei loro confronti dai funzionari di polizia. Alcune delle vittime, parleranno poi del trasferimento al carcere di Voghera quasi come di una vacanza premio, se non altro per il ripristino dei propri diritti umani di base.
Il film è brutale infatti, perché terribile è assistere a qualsiasi privazione dei diritti umani di un individuo, in qualsiasi parte del mondo si trovi. Procacci e Vicari hanno specificato in più interviste che questa non è una pellicola politica, loro intento era non tanto raccontare, ma proprio mostrare, mettere in contatto lo spettatore con la terribile esperienza della privazione violenta della propria umanità. Non una storia, ma un ritratto.
Per la forza delle immagini torna alla mente un altro film bellissimo e crudele come Hunger, opera prima di Steve McQueen, dove Michael Fassbender incarnava l’attivista nordirlandese Bobby Sands, morto dopo un lungo sciopero della fame nel carcere di Long Kesh (capolavoro del 2008 che sta per essere vergognosamente distribuito in Italia dalla BIM soltanto il prossimo 27 aprile).
L’unico finale possibile, prima di cartelli su sfondo nero che raccontino al mondo lo stato surreale dei processi italiani per i fatti di quella notte, è un commovente sorriso sfregiato, nascosto in favore di un paio di occhi che non possono dimenticare. Vicari ha raccontato di avere ricevuto il sincero ringraziamento dai reduci di quella notte dopo la visione del film, ma sebbene lui sia stato efficace nel mostrarci le ferite fisiche subite, nemmeno l’immaginazione può aiutarci ad intuire quali siano stati i traumi psicologici riportati.
Nessuno ha voluto produrre questo film, di cui alla fine si è preso carico il solo Procacci, da anni determinato alla sua realizzazione, ma è un bene che sia finalmente uscito a farlo. Un’opera necessaria, doverosa, come doveroso dovrebbe essere il fare giustizia, affinché cose simili non ricapitino. In fondo, il senso del film sta tutto nel titolo: don’t clan up this blood.








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