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domenica, 4 agosto 2013 - 13:00

La Notte del Giudizio – Recensione

Anno 2022, USA. Crimine e disoccupazione sono ai minimi storici e la violenza è quasi del tutto estinta. Il raggiungimento di tale obiettivo è stato possibile grazie allo Sfogo, un’iniziativa del Governo che consiste in un periodo annuale di dodici ore durante le quali ogni crimine è permesso e gli americani possono sfogare ogni emozione negativa.

La Notte del Giudizio

La Notte del Giudizio

Titolo originale: The Purge
Genere: Horror – Thriller
Regia: James DeMonaco
Interpreti: Ethan Hawke, Lena Headey, Max Burkholder, Adelaide Kane
Provenienza: USA – Francia
Durata: 85 min.
Casa di produzione: Universal Pictures, Blumhouse Productions, Platinum Dunes
Distribuzione (Italia): Universal Pictures
Data di uscita: 7 giugno 2013 (USA), 1 agosto 2013 (Italia)


E’ interessante il concept alla base di questo film a bassissimo costo, appena tre milioni di dollari, prodotto da Michael Bay e diretto da James DeMonaco. Certo, il contesto è poco realistico, un futuro al contempo utopico e distopico troppo prossimo perché la situazione socio-politica presentata possa essere credibile. Tuttavia, lo spunto iniziale è avvincente e verte su tematiche quali rabbia repressa, lotta di classe e conflitti generazionali.

Ethan Hawke, già a fianco del regista DeMonaco in Staten Island, è un facoltoso commerciante che ha appena venduto i suoi sistemi di sicurezza al proprio quartiere, popolato esclusivamente da esponenti dell’alta borghesia, così da proteggersi dagli eventuali assalti degli aderenti allo Sfogo. Tuttavia, le vittime delle violenze sono soprattutto bisognosi e malati e la supposta catarsi emotiva dei cittadini sembra essere un pretesto per purificare la nazione da quelle che vengono ritenute piaghe sociali.

Hawke sfaccetta piuttosto bene un uomo stereotipato, tutto d’un pezzo, ma con delle percettibili incrinature e che deve vedersela anzitutto con la propria famiglia. Lena Headey, sempre nel ruolo di donne forti come già visto in Game of Thrones, 300 e Dredd, è la moglie Mary, che pare celare una nevrosi ed una frustrazione di fondo dietro la maschera della casalinga precisina e convenzionale.

Se il conflitto con la figlia Zoey dipende dal solito fidanzatino malvoluto dal padre, più spigoloso è invece l’attrito con il figlio Charlie, precoce genio dell’elettronica, deluso dall’atteggiamento passivo del genitore nei riguardi dello Sfogo. I guai cominciano quando il ragazzo disattiva i sistemi di sicurezza della villa per dare rifugio ad un pover’uomo di colore braccato da una banda stile Arancia Meccanica, composta da perversi figli di papà.

Il capo della gang minaccia di assaltare la villa se la propria preda non verrà restituita. La scissione all’interno del nucleo familiare diventa definitiva con il padre che vuol cedere alle richieste della banda e il figlio che cerca invece di mettere al sicuro l’uomo tratto in salvo. E’ proprio qui, però, che il film crolla su se stesso trasformandosi in un banalissimo action-thriller. Le dinamiche tra i protagonisti vengono risolte in maniera immediata e buonista, le scene di combattimento sono coreografate piuttosto male, l’epilogo è scontato e il suddetto fidanzatino viene gettato nella mischia per creare scompiglio ma non serve davvero a nulla.

Tutte le tematiche accennate non trovano pieno sviluppo e finiscono per perdersi in uno stucchevole manierismo narrativo. Invece di imbarcarsi in tanti remake inutili, giusto per spremere qualche franchise di successo, a Hollywood dovrebbero pensare di rielaborare film come questi, che partono da buoni presupposti e poi riescono male. Varrebbe la pena ritentare.


Voto: 5

Autore Articolo

Reporter freelance, critico cinematografico e fumettistico, ambisco a lavorare per il Daily Planet.
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