Dream House – Recensione
“Raccontaci una storia, papà”. E così, Will Atenton, scrittore di successo, decide di lasciare il suo lussuoso ufficio newyorkese per passare più tempo con la moglie Libby e le sue adorabili figlie. Compra una villetta nella tranquilla New Ashford ma, sin dai primi giorni, le bambine dicono di percepire delle presenze inquietanti, di vedere un “uomo sfocato e con la testa enorme” che sbircia in casa, e di sentire le cattiverie dei vicini sulla presunta morte di chiunque vagli la porta di quella dimora.
Dream House
Titolo originale: Dream House
Genere: Thriller
Regia: Jim Sheridan
Interpreti: Daniel Craig, Rachel Weisz, Naomi Watts
Provenienza: USA
Durata: 92 min.
Casa di produzione: Morgan Creek Productions
Distribuzione (Italia): Universal Pictures
Data di uscita: 30 settembre 2011 (USA), 3 agosto 2012 (Italia)
Will, allora, inizia ad indagare e scopre che, cinque anni prima, la loro casa è stata teatro di un tremendo massacro in cui persero la vita una donna e le sue figlie. L’indiziato (e unico sopravvissuto) è Peter Ward, padre e marito delle vittime, attualmente rinchiuso nel manicomio della città. Will, così, decide di conoscerlo, anche a costo di scoprire una terribile verità.
Jim Sheridan, regista di Brothers e Nel nome del padre, torna in cabina di regia per realizzare Dream House, un thriller psicologico ad alto budget, manomesso, boicottato, sabotato. Prima ancora della sua realizzazione, infatti, la pellicola ha subito polemiche, lamentale e censure di ogni tipo.
Nonostante l’abile sceneggiatore David Loucka avesse confezionato un prodotto ben congegnato, niente ha potuto contro le ire funeste dei grandi capi. E così, dopo un inizio molto promettente, il film perde colpi, si arresta, ma non demorde. La tensione decresce, è innegabile, ma tenta il tutto e per tutto per riprendersi con virate (forzate) verso qualsiasi tipo di stratagemmi suggestivi.
Richiamando i grandi mistery-drama della storia del cinema, primi su tutti The Others e Il sesto senso, Dream House gioca sul labile confine tra realtà e finzione, immaginazione e allucinazione, normalità e pazzia. Un valente Daniel Craig, facendo a meno di giacca e cravatta, interpreta un uomo distrutto dal dolore e sconvolto da una realtà troppo dura da accettare.
Al suo fianco una strepitosa Rachel Weisz, splendida come sempre, che impersona una donna fragile e delicata, una sorta di mamma delle bambine di Shining, seppur meno demoniache. Tempeste di neve, diaboliche folate di vento e presenze misteriose sono gli unici compagni di viaggio dello spettatore, intrappolato in una terra di confine semideserta, eccezion fatta per le musiche composte da John Debney.
Anche se il ritmo è piuttosto veloce nonostante la trovata registica di collocare il vero colpo di scena a metà film, le suggestive sequenze iniziali lasciano il posto a inquadrature fredde, spoglie e prive di mordente. Peccato dunque, per il destino avverso di una pellicola che aveva tutte le carte in regola per diventare un ottimo prodotto dalle tinte poltergeistiane.









Si, è un film abbastanza originale, peccato che rimanga intrappolato nei meccanismi perversi di una sceneggiatura troppo pomposa!!!