Into Darkness – Star Trek: Recensione in anteprima
Per salvare la vita del Primo Ufficiale Spock, il Capitano Kirk espone l’Enterprise ad una primitiva tribù extraterrestre violando la Prima Direttiva che proibisce di interferire con la quotidianità di civiltà aliene. Kirk viene così degradato e il comando dell’Enterprise torna all’Ammiraglio Christopher Pike. Quando la Federazione dei Pianeti Uniti subisce alcuni spaventosi attentati per opera del glaciale John Harrison, ex-agente della Flotta Stellare, Kirk deve rimettersi alla guida del suo equipaggio e catturare l’avversario.
Into Darkness – Star Trek
Titolo originale: Star Trek into Darkness
Genere: Fantascienza
Regia: J.J. Abrams
Interpreti: Chris Pine, Zachary Quinto, Zoe Saldana, Benedict Cumberbatch, Simon Pegg, Peter Weller, Alice Eve, Karl Urban, John Cho, Anton Yelchin
Provenienza: USA
Durata: 132 min.
Casa di produzione: Paramount Pictures, Skydance Productions, Bad Robot
Distribuzione (Italia): Universal Pictures
Data di uscita: 16 maggio 2013 (USA), 12 giugno 2013 (Italia)
Nonostante il malcontento di alcuni dei trekkers più accaniti, abituati al tono maggiormente moderato e ai contenuti più marcatamente filosofici dell’opera originale, Star Trek di J.J. Abrams, uscito nel 2009, ha rinverdito il franchise multimediale di fantascienza soddisfacendo le esigenze di critica e pubblico con i personaggi classici ringiovaniti e ben rielaborati, gran dispendio di effetti speciali, action sfrenata, qualche intermezzo comico ben bilanciato e una storia con qualche falla ma scorrevole e, a tratti, emozionante.
Le aspettative per questo sequel erano dunque altissime. Purtroppo, dopo i pasticci combinati con Cowboys & Aliens e Prometheus, lo sceneggiatore Damon Lindelof, fedelissimo di Abrams e coadiuvato dai soliti Alex Kurtzman e Roberto Orci, ne combina un’altra delle sue firmando uno script mal congegnato e tirato via alla buona che solleva troppe domande prive di riposta e lascia involuti gran parte dei personaggi.
Il film verte soprattutto sul rapporto tra l’emotivo e anticonformista Kirk e il logico e freddo Spock, che hanno ancora i volti dei bravi Chris Pine e Zachary Quinto. Kirk perde dunque il comando dell’Enterprise proprio per aver salvato la vita al compagno. E’ un incipit interessante per il protagonista, non fosse altro che dopo neanche dieci minuti, con una serie di risvolti pretestuosi e troppo affrettati, si ritrova di nuovo Capitano e gli viene riassegnata l’Enterprise, come se niente fosse successo.
Il resto dell’equipaggio viene lasciato molto in disparte. Nel primo episodio venivano gettate le basi per un triangolo romantico tra Kirk, Spock e Uhura ma qui non ha alcuna evoluzione. C’è un momento di tensione tra il vulcaniano e la bella addetta alle comunicazioni interpretata da Zoe Saldana, male utilizzata, ma viene risolto nella prima parte del film. La scena in questione denota la giusta intensità ma fa crollare la tensione tra i tre personaggi per il prosieguo della storia. L’impiego di Uhura nello scontro finale risulterà anche abbastanza ridicolo.
Nel ruolo del dr. McCoy, Karl Urban è solo una macchietta comica. Nel film precedente, Chekov e Sulu avevano entrambi un buon arco narrativo ma qui fanno il minimo sindacale e vengono accantonati. L’attore comico inglese Simon Pegg torna nei panni di Scotty. Consapevole che si tratti di uno dei membri del cast più noti e amati dal pubblico, Abrams lo toglie di mezzo per buona parte del film per poi puntargli i riflettori addosso e fargli fare la parte del leone verso la fine. D’altronde accadeva lo stesso anche nel primo capitolo.
A destare maggior interesse è il villain di turno. Interpretato dall’inglese Benedict Cumberbatch, noto per il ruolo principale nella serie tv Sherlock, John Harrison è un genio disempatico, quasi robotico, una sorta di versione malvagia di Spock, che nasconde un segreto già ampiamente spoilerato sul web. Un colpo di scena abbastanza fine a se stesso che non cambia la percezione del personaggio. Oltretutto si tratta di un mistero controproducente per la riuscita commerciale del film (comunque garantita). Dichiarare subito la vera natura del villain avrebbe senz’altro giovato maggiormente alla promozione.
Dovrebbe trattarsi di uno di quei cattivi capaci di mettere sotto scacco gli eroi con le sue cervellotiche macchinazioni, un po’ come il Joker ne Il Cavaliere Oscuro o Silva in 007 – Skyfall ma proprio qui la sceneggiatura denota la debolezza più grande. La back-story di John Harrison lo rende una vittima e tende a far simpatizzare il pubblico per lui. Diviene una minaccia solo nell’ultimissima parte della pellicola. Ricordate X-Men 2, quando Magneto si unisce agli X-Men per affrontare Stryker e alla fine fa il doppio gioco? Ecco, qui succede qualcosa di molto simile.
Se i membri dell’equipaggio dell’Enterprise vengono abbandonati a se stessi, hanno molto più peso nella storia l’Ammiraglio Alexander Marcus e sua figlia, la scienziata Carol. Lui è Peter Weller, il mitico RoboCop cinematografico originale, duro e marziale. Lei è la deliziosa Alice Eve, già apprezzata in The Raven e Men in Black 3, che qui ha un ruolo importante e funzionale ma non riesce ad essere il motore emotivo che dovrebbe. Oltretutto ha una scena in bikini che si può già vedere nel trailer, innocua seppure gratuita, di cui Lindelof si è recentemente scusato su Twitter e che sta suscitando qualche polemica.
Gli sceneggiatori giocano con parecchi elementi della mitologia di Star Trek. Anzitutto vengono chiamati in causa i klingon, c’è la Sezione 31, cellula segreta della Flotta Stellare, e le solite Giubbette Rosse dell’Enterprise di cui i trekkers conoscono già le sorti. Giocano un ruolo rilevante nella storia i Siluri Fotonici che pure denotano un segreto che solleva domande irrisolte. Lo script prende qualche facile scorciatoia. Lo Spock originale, un gradito cameo di Leonard Nimoy, si prepone di non divulgare ciò che conosce col senno di poi ma un attimo dopo rivela tutto, peraltro inutilmente. Anche il destino finale di Kirk è risolto in maniera troppo facile. Il momento topico della narrazione richiama uno degli episodi più celebri, se non il più celebre in assoluto, della saga originale, con Kirk e Spock a ruoli invertiti.
Non possiamo approfondire più di così le falle di sceneggiatura senza spoilerare ma alcuni errori sono abbastanza grossolani. Il film, comunque, ha i suoi punti di forza. La regia di Abrams è ben ritmata e coinvolgente, gli eventi si susseguono senza momenti morti, ci sono buone dosi di action, anche vecchio stile, l’umorismo non è mai invadente, gli effetti visivi funzionano benissimo e ci sono un paio di sequenze epiche ed emozionanti dettate dalla colonna sonora di Michael Giacchino che sta diventando uno dei migliori compositori di Hollywood.
Un film da seguire più col cuore che con la testa. La trama è difettosa e raffazzonata, la maggior parte dei personaggi è ridotta a pedine poco approfondite, però è un prodotto che riesce a intrattenere, strappa qualche risata ed ha anche qualche momento esaltante. Abrams prenderà le redini della nuova trilogia di Star Wars e non è dato sapere se realizzerà il terzo Star Trek. Ad ogni modo, cambiare sceneggiatori sarebbe la cosa più giusta.
