Intervista a Tao Ruspoli: un Principe italiano tra le Belve di Oliver Stone

E’ il second unit director de Le Belve (Savages), il nuovo film di Oliver Stone. E’ il regista di Fix, road movie del 2008 con Olivia Wilde, sua compagna in un matrimonio durato nove anni. Artista poliedrico, fotografo, musicista virtuoso della chitarra flamenca, documentarista, appassionato studente di filosofia, inarrestabile giramondo, nonché Principe (ma non se ne cura molto), Tao è un coraggioso filmmaker italiano che segue la sua strada del tutto noncurante dello star system hollywoodiano.

Permettete una piccola ma doverosa introduzione. Da quando ho iniziato a lavorare per AMF ed ho avuto la fortuna e il piacere di assumere la direzione editoriale dell’area cinema del sito, ho sempre cercato di mantenere un distacco professionale anche nella stesura di quegli articoli che richiedono un estremo coinvolgimento critico. Una scelta dovuta al semplicissimo fatto che ritengo quello per cui scrivo non il mio blog personale (che, peraltro, non ho), bensì una testata giornalistica che sta crescendo sempre di più grazie agli sforzi congiunti di tutti i collaboratori. Stavolta (e solo per questa volta) mi permetto di espormi un po’ di più in prima persona, sperando di non fare cosa sgradita ai lettori, per spiegarvi per quale motivo ho deciso di dedicare questo spazio ad un artista non appariscente, ma non meno straordinario, di quelli che siete abituati a vedere su queste pagine.

Capita, a volte nella vita, di perdere la bussola e di trovarsi in uno di quei buchi neri, umani e professionali, dai quali non sai come venir fuori. E’ stato proprio in quel momento, poco più di due anni fa, quand’ero del tutto scoraggiato e privo di prospettive, che mi sono imbattuto in due persone eccezionali come Tao Ruspoli e Olivia Wilde, all’epoca marito e moglie e oggi separati ma ancora buoni amici. Se la seconda non ha bisogno di presentazioni, fervente attivista e strepitosa attrice di film quali Tron Legacy e Cowboys & Aliens, Tao mantiene invece un profilo più basso ma le sue qualità morali, intellettuali ed artistiche sono altrettanto solide. E’ stato anche grazie all’ispirazione e alla fiducia che queste due persone sono riuscite a comunicarmi se, nell’ultimo anno, ho raggiunto obiettivi davvero insperati ed ho potuto rendervi partecipi di grandi eventi cinematografici finendo nella stessa stanza con Roberto Benigni e Woody Allen o su un red carpet di fronte ad Andrew Garfield ed Emma Stone.

Due settimane fa ho avuto l’opportunità di incontrare Tao a Roma. Mi dà appuntamento in un elegante bar vicino a Palazzo Ruspoli, una delle sedi storiche della sua famiglia aristocratica nei pressi di Piazza di Spagna. Mi spiega che è solo una coincidenza se si trova in città proprio alla vigilia della conferenza stampa di Savages, nel quale ha lavorato come regista di seconda unità. Nato in Thailandia, figlio del Principe Alessandro Ruspoli e dell’attrice Debra Berger, Tao è cresciuto tra Roma e Los Angeles ed ha conseguito una laurea in Arte e Filosofia presso l’Università di Berkeley. Nel 2000 ha fondato la LAFCO, una cooperativa di giovani registi che si spostavano negli USA a bordo di uno scuolabus riadattato da Tao a spazio vitale e sala di montaggio. E’ stato allora che ha incontrato Oliver Stone.

“Per me era un mito”, mi racconta Tao. “Me l’hanno presentato una volta, ci siamo rincontrati cinque o sei volte e lui non si ricordava mai di me. Poi, un giorno, è venuto sul nostro bus ed è stato un momento incredibile. In seguito gli ho mostrato Fix, il mio primo film, e lui era esaltato, rideva, era entusiasta. Diceva che si trattava di qualcosa di assolutamente innovativo. Così gli ho chiesto di mettere una sua pull quote sul poster. Lui ha accettato e questo ha dato molta legittimità al film.”

Vincitore di ben 14 film festival tra i più prestigiosi, Fix ha in comune con Savages il tema della droga, che ha toccato da vicino la famiglia di Tao, tanto che nel 2002 vi ha dedicato il documentario Just say know. In un suo interessantissimo saggio intitolato Drugs and Technicity Tao afferma che una società libera dalle droghe è un sogno irrealistico e, se avverrà, sarà per i motivi sbagliati: l’incapacità di mantenere un contatto con le cose e le persone. Ma non sono proprio questi alcuni dei motivi per cui la gente fa uso di droghe?

“Sì. E la soluzione non è semplice purtroppo. E’ un discorso molto complesso. La concezione delle droghe varia di cultura in cultura. Quelle che sono considerate droghe in alcuni paesi, in altri non lo sono. Nella nostra società siamo abituati ad assumere sostanze senza accorgerci che sono droghe, non le consideriamo tali. Eppure bere un caffé non fa di te un caffeinomane, bere un bicchiere di vino non ti rende un alcolizzato. Il brano di Baudelaire che ho inserito in apertura del saggio è molto esplicita. Credo ci possano essere modi meno nocivi per venir fuori dai propri problemi.”

Nel 2010, Tao è riuscito a trarre un interessante film documentario da Being in the World, libro del suo insegnante di filosofia Hubert Dreyfus che riflette su un altro grande filosofo, Martin Heidegger. Nel film incontriamo artisti e artigiani che usano le proprie capacità per interagire col mondo. A questo proposito, oggi assume una certa rilevanza l’ispirazione. Al cinema ha successo il mito moderno in film come The Avengers e The Dark Knight Rises. C’è sempre questa necessità di porre qualcun altro sul piedistallo e farvi riferimento. “Sono appena stato ospite di Mark Wrathall (altro grande docente di filosofia) a Berlino”, racconta Tao. “E anche lui s’interroga sulla nostra essenza. Cosa siamo noi? Dov’è che esistiamo? Cos’è l’essere? La risposta non è nella materia fisica perché è destinata a morire. Noi esistiamo e assumiamo significato nel momento in cui riusciamo ad interconnetterci col mondo attraverso lo strumento che scegliamo. Le icone sono importanti, sono lì ad ispirarci, ma certo si può esagerare, si può perdere la propria identità.”

La filosofia è la continua ricerca della verità. Qualcuno afferma che è la consapevolezza di dover morire a creare quest’urgenza. Quando gli chiedo se abbia qualche credo religioso, Tao risponde scherzosamente: “Grazie a Dio, no.” Poi prosegue: “Mi piace questa visione romantica della vita. A noi che guardiamo film e leggiamo romanzi piace l’idea che ci sia un inizio, un prosieguo e una fine. Ma certo trovo piacevole anche l’idea di una vita che non finisce e che ci tolga questo affanno.”

A volte sembra che sia proprio quest’inquietudine a spingere Tao in giro per il mondo. Sembra quasi che non riesca a trovare un suo posto e che sia alla ricerca ossessiva di qualcosa. “Non so se c’è un’inquietudine”, riflette lui. “Ma mi piace stare a casa. Quando ero con Olivia abbiamo smantellato una casa e ne abbiamo creata un’altra. E’ stato come tirare su un figlio. Mi piace arredare e fare giardinaggio. Anche adesso, quando torno a casa a Venice Beach, mi rilasso. Per quel che riguarda i viaggi, sono stato in giro fin da ragazzino. I miei genitori erano due hippie avventurosi. Mio padre partiva e stava via per moltissimo tempo. Ha smesso di viaggiare a 50 anni. Mi diceva: ‘Ho smesso di viaggiare quando mi sono accorto che scendevo dall’aereo e incontravo sempre la stessa persona: me stesso.'”

A proposito delle sue origini, Tao non sembra dare molto peso al suo sangue blu: “Sono molto orgoglioso della storia della mia famiglia ma questo non mi rende superiore a nessuno. E’ una concezione sorpassata della nobiltà. Ormai non esiste più ed è giusto che sia così. Ho sempre avuto come punto di riferimento mio padre che non ha mai avuto atteggiamenti ‘snob’. Ed è una parola curiosa questa, significa proprio ‘sine nobilitate’, senza nobiltà. Mio padre era nobile d’animo.”

Tornando al cinema, Tao era stato annunciato come regista della commedia Bad Apples. “Non se n’è fatto più nulla. Non so cosa sia successo. Accade spesso che un film non raggiunga un livello di sviluppo tale da entrare in produzione.” Tao fa parte della Mangusta Productions, una piccola casa di produzione che aiuta i giovani registi a realizzare le proprie opere su temi controversi come il poliamore o le medicine psichedeliche solo per citarne alcune. “E’ stata un’idea del mio amico Giancarlo Canavesio, un finanziere romano che fa avanti e indietro tra l’Italia e New York e sentiva il bisogno di fare qualcosa di più creativo. Se abbiamo un riscontro economico dalla Mangusta ben venga, ma ci interessano soprattutto nuove idee.” A proposito del cinema indipendente: “Non so quale sia esattamente la situazione. Mi muovo per conto mio. Ho il mio modo di lavorare.”

Tao ha recentemente dato il via a due progetti molto particolari: The Love Project e Monogamy & its Discontents, una serie di video interviste a personaggi che vivono in modo insolito la loro condizione sentimentale. Non sembra una coincidenza che questi progetti siano partiti subito dopo il divorzio: “Certo, dopo la separazione ho iniziato a pormi delle domande. Per me si tratta anche di una terapia. Non voglio dire che sia solo un’espressione di me stesso. Sarebbe noioso da parte di un artista. E’ molto più interessante esprimere il mondo che esprimere se stessi. Parto dalle esperienze difficili che mi succedono e, attraverso cinema o fotografia, cerco non necessariamente delle risposte ma di porre altre domande da un punto di vista legale, antropologico, filosofico. Il tema del matrimonio è ricco di domande che la gente non vuole porsi. Come viene detto nel trailer: ‘E’ il contratto più importante della tua vita e la gente lo studia meno del contratto del cellulare.'”

Non per fare del gossip, ma nel periodo del divorzio i media si sono scatenati scrivendo tutto e il contrario di tutto. Come si può sopportare una simile pressione mediatica? “E’ stato surreale come tutto il nostro matrimonio. Quando ci siamo sposati, Olivia non era ancora celebre. Poi ho visto succedere tutto questo e il motivo per cui il matrimonio è durato tanto è che non ci siamo lasciati sopraffare, abbiamo mantenuto un rapporto con ciò che eravamo e siamo. Cerco di vedere tutto da una certa distanza e di non leggere niente se non con curiosità.”

Ci sarebbe ancora molto di cui parlare, del lavoro di Tao come regista di spot commerciali o della sua attività di fotografo. Ha realizzato recentemente un servizio fotografico con Rachel Nichols, attrice alla quale abbiamo dedicato un articolo tempo fa. Ha poi diretto Oliver Stone nel divertentissimo cortometraggio Oh, Shit, per Funny or Die che potete trovare qui. A chi fosse interessato, comunque, può sempre visitare il suo magnifico blog. Ci sarà tempo la prossima volta per approfondire. Mi faccio promettere da Tao che ci rivedremo e, col cuore gonfio d’orgoglio, saluto e ringrazio un artista, un’ispirazione, un amico.