Dark Shadows – Recensione in anteprima
Nel 1770, il ricco playboy Barnabas Collins s’innamora dell’incantevole Josette ma la gelosa strega Angelique si vendica trasformandolo in un vampiro e lo seppellisce vivo. Barnabas viene accidentalmente rinvenuto nel 1972 e dovrà far fronte alla sua maledizione, ad un mondo che non gli appartiene e ai discendenti della sua famiglia in piena decadenza.
Dark Shadows
Genere: Commedia – Horror
Regia: Tim Burton
Interpreti: Johnny Depp, Eva Green, Michelle Pfeiffer, Chloe Grace Moretz, Helena Bonham Carter, Jackie Earle Haley, Bella Heathcote
Provenienza: USA
Durata: 113 min.
Casa di produzione: Warner Bros Pictures, Village Roadshow Pictures, Infinitum Nihil, GK Films, Zanuck Company
Distribuzione: Warner Bros.
Data di uscita: 11 maggio 2012
Tim Burton, maestro della favola gotica e della commedia grottesca, firma questa riduzione cinematografica dell’omonima soap-opera creata da Dan Curtis, andata in onda in USA tra il 1966 e il ’71 e da cui erano stati tratti già due film, House of Dark Shadows e Night of Dark Shadows, rispettivamente del ’70 e del ’71, entrambi diretti dallo stesso Curtis. Burton si affida qui alla sceneggiatura di Seth Grahame Smith, scrittore e fumettista, che commette l’errore di sedersi troppo sui canoni della telenovela classica mettendo insieme un polpettone lungo e noioso, pieno di spunti tutti sviluppati a metà.
Johnny Depp, attore feticcio del regista, all’ottava collaborazione con lui, veste il ruolo del protagonista con l’ormai immancabile volto bianchissimo ed occhiaie nere, make-up qui giustificato dalla condizione del personaggio, divenuto un vampiro. Depp tratteggia bene un Barnabas dandy, eccentrico e cerimonioso che ritrova nel ’71 il suo amore Josette reincarnato nella giovane governante della famiglia Collins, la dolce Victoria che ha gli occhioni azzurri della sconosciuta Bella Heathcote. Mai nome fu più azzeccato.
Se con Victoria è amore, c’è solo sesso invece tra Barnabas e l’immortale strega Angelique, un’Eva Green mozzafiato e seducente con un make-up che la fa somigliare davvero moltissimo ad Anne Hathaway in Alice in Wonderland sempre di Burton. Tra il rapporto sentimentale con Victoria e quello fisico con Angelique, è semplicemente “strano” quello tra il protagonista è l’alcolizzata psichiatra di famiglia interpretata da Helena Bonham Carter, moglie del regista. Anche lei, col volto bianco e i capelli rossi, ricorda la Regina di Cuori interpretata nella trasposizione del romanzo di Lewis Carroll. Qui il suo personaggio viene reinventato però troppo spesso e finisce per non essere né carne né pesce. Insensato poi l’epilogo.
Deludente Michelle Pfeiffer, rigida matriarca della famiglia Collins, assolutamente monocorde e sempre uguale a se stessa per tutto il film. Nel ruolo della figlia ribelle troviamo la giovane e talentuosa Chloe Grace Moretz, interessante nella parte iniziale della storia, si perde completamente nel prosieguo e viene ripescata nel combattimento finale che ricorda troppo da vicino quello de La Morte ti fa Bella di Robert Zemeckis. Il piccolo Gulliver McGrath è il piccolo e precoce David Collins che sembra essere uno dei motori emotivi del film e finirà invece per essere una pedina puramente funzionale.
Il pressbook del film recita “Nella tenuta di Collinwood Manor risiede anche l’inutile fratello di Elizabeth, Roger Collins”. Ed inutile lo è davvero, con il volto anonimo di Jonny Lee Miller, viene liquidato alla buona senza lasciare tracce. Male anche il custode con le guance scavate di Jackie Earle Haley, il Rorscharch di Watchmen, che dovrebbe fungere da diversivo comico ma non riesce a strappare una risata. Non lascia alcun segno neanche il cameo di Christopher Lee.
Il film è lento e privo di mordente, pieno di dialoghi prolissi e soporiferi, perlopiù esplicativi. Tutta la parte inerente all’attività commerciale ittica della famiglia Collins non interessa a nessuno e il triangolo sentimentale, oltre che scontato, non presenta alcun colpo di scena rilevante. Funziona un pochino meglio la componente satirica sugli anni ’70, pur non essendo l’intento principale della pellicola. Da antologia la scena dal campeggio di Barnabas con gli hippy e la comparsata di Alice Cooper. Senza infamia e senza lode gli effetti speciali mentre Danny Elfman, compositore fedelissimo di Burton, fa il minimo sindacale.
Non basta un cast sontuoso e l’accattivante stile estetico del regista a dare anima ad una sceneggiatura piatta e pasticciata che prende tutto il peggio dalle convenzioni delle soap senza uno straccio di invenzione. Un’opera decadente, mezza morta e verbosa proprio come Barnabas. Da sbadigli.



