Provenienza: Giappone
Regista: Satoshi Kon
Studio di Produzione: Madhouse
Anno di produzione: 2004
Numero di episodi: 13
Durata degli episodi: 23”
Distributore: Panini Video
Recensione a cura di: Francesco Arcuri
Una premessa: Paranoia Agent è una serie che merita una visione attenta. Cosi come avrebbe voluto il suo papà, il (mai troppo) compianto autore giapponese Satoshi Kon, già creatore di film d’animazione quali Paprika , Tokyo Godfathers e Millennium Actress.
La serie, prodotta nel 2004, si compone di 13 episodi, durante i quali si sviluppa il misterioso caso di Shounen Bat (letteralmente, il “ragazzo mazza”): un misterioso e impudente ragazzino il quale, impugnando una mazza da baseball piegata, indossando un paio di pattini dorati e un cappellino, semina il panico divertendosi ad aggredire e ferire vittime apparentemente inermi nelle strade suburbane di Tokyo.
Dalla prima aggressione ai danni di Tsukiko Sagi, una giovane e famosa disegnatrice, creatrice del pupazzo feticcio Maromi, una coppia di investigatori, l’esperto Keiichi Ikari e il giovane Mitsuhiro Maniwa si mettono sulle tracce dell’inafferrabile aggressore, seguendone i misfatti . Infatti , le apparizioni di Shounen Bat si susseguono imprevedibili e sempre più dolorose per i vari malcapitati, trasformandolo velocemente in una leggenda metropolitana. I due detective , grazie ad un episodio fortunoso, arrivano infine ad arrestare il presunto colpevole, per scoprire in verità che si tratta di un mitomane emulatore convinto di essere protagonista di un gioco fantasy; dopo un duro confronto con il giovane , la coppia di detective viene sciolta e entrambi allontanati dall’indagine, a causa della morte di quest’ultimo, ritrovato riverso nella sua cella, ucciso (presumibilmente) da Shounen Bat stesso. Mentre le indagini proseguono, condotte personalmente dal giovane Maniwa, esse si spostano su più piani in bilico tra realtà, sogno e fantasia: la storia si avvia ad una conclusione catastrofica che riscrive e capovolge tutto il prologo iniziale dell’aggressione alla giovane e timida disegnatrice, che aveva scatenato la psicosi collettiva di Shounen Bat.
Nella valutazione di quest’opera, bisogna anzitutto parlare del suo autore e del campo d’azione prediletto delle sue opere : Satoshi Kon è stato sempre un investigatore della psiche, dell’inconscio e dei sogni. La sua è una vera e propria “maniera” che tende a scrivere e rappresentare, tramite squarci di vicende semplici, normali e perfettamente calate nel contesto contemporaneo , una situazione che ci vede vittime perenni di isterie e nevrosi causate da una società consumista annientatrice dell’individuo. Vittime, appunto, di quel “Agente Paranoia” che dà il titolo alla serie. La prospettiva dunque dalla quale va giudicata questa serie è quella di un mosaico di personaggi, situazioni e accadimenti legati tutti da un filo sottile che è quello dell’infelicità, del senso di colpa e del dolore, sino alla conseguente fuga dalla realtà.
Infatti, nella prima metà della serie, narrata come una sorta di poliziesco-thriller, l’aggressione a Tsukiko, una giovane disegnatrice divenuta famosa per la propria creazione, il pupazzo Maromi (una sorta di feticcio collettivo in vendita , sotto formai di ogni tipo di gadget producibile, in Giappone), desta fin da subito qualche sospetto da parte dei due detective. Il sospetto è che la ragazza abbia dissimulato l’aggressione solo per attirare l’attenzione su di sé, per fuggire dall’invidia di colleghi e colleghe, e dallo stress causatole dalla pressione esercitata dal suo editore per bissare il successo di Maromi. La svolta nelle indagini, dopo le ennesime aggressioni di Shounen Bat, arriva con l’arresto di un ragazzo, assomigliante in tutto e per tutto al diabolico ragazzo-mazza, ma che si rivela essere un mitomane emulatore; anch’egli , vittima della propria paranoia per i giochi fantasy e i giochi di ruolo, viene inspiegabilmente raggiunto e colpito a morte da Shounen Bat dentro la sua cella nel commissariato. Appare dunque chiaro come Shounen Bat sia molto di più che un banale criminale scellerato che colpisce le proprie vittime a caso; in verità, esse sono scelte con cura tra quelle persone che giungono ad una ossessione insostenibile, causata dal lavoro, dalla famiglia e dalle relazioni personali, che sfocia in manie, infelicità e stress. A tal proposito, si veda la storia del poliziotto “di quartiere” che, per costruirsi la casa dei sogni per sé e la sua famiglia, si lascia corrompere, arrivando persino egli stesso a compiere dei crimini; si vedano i due ragazzini in competizione per un posto di rappresentante scolastico, vittime dell’esacerbante sistema scolastico giapponese che assegna all’individuo un valore in punti e prestigio che non lo abbandonerà più per tutta la sua vita. Gli stessi detective Ikari e Maniwa dopo la loro rimozione dall’incarico a causa della morte del giovane emulatore di Shounen Bat, reagiranno in una maniera diversa: Ikari, il più anziano, trova lavoro come guardia di un cantiere, sprecando tutto il proprio tempo ed energie nell’inconsapevole tentativo di non fare più ritorno a casa dalla moglie malata e debole, la quale non può avere figli ,ma che l’ha sempre amato e con la quale ha condiviso gioie e speranze; Maniwa invece, nel proseguire le indagini, si calerà nei panni di un eroe-fantasy per combattere Shounen bat in una dimensione tra il reale e il sogno, suggestionato dai dialoghi avuti con il fanatico videogiocatore emulo di Shounen Bat.
La seconda parte della serie tocca il registro preferito da Satoshi Kon. Gli episodi si muovono tra storie apparentemente sconnesse dal filone principale , come la vicenda dei tre suicidi, oppure come la memorabile parodia dello studio di produzione anime nell’episodio 10, dove gli artisti sono rappresentati come poveri “operai” schiavizzati, ridotti a zombie senza altra morale o interesse che non sia quello che finire e consegnare il lavoro nei ritmi impossibili dell’iperproduttiva società giapponese e del mercato delle produzioni anime. L’affresco che viene dipinto è quello di una collettività sull’orlo di una crisi di nervi, e laddove diviene massima la pressione dello stress, al tempo stesso si materializzano le dimensioni di fuga dalla realtà nella quale cadranno anche gli stessi personaggi.
La fusione dell’elemento sociologico, psicologico, psicoanalitico, compie la sua summa massima nell’epilogo finale (una specie di catarsi collettiva alla giapponese, con corpi e materia che svaniscono per essere assorbiti da un’ enorme massa nera di odio e frustrazione che letteralmente sommerge Tokyo), dove la realtà si congiunge alla fantasia e al sogno: Shounen Bat e il pupazzo Maromi, i veri unici elementi ricorrenti di questo mosaico di dolore, solitudine e aridità esistenziale, si rivelano come la rappresentazione dei peggiori nemici della mente umana, ovvero del meccanismo del senso di colpa, della sua rimozione, e del suo trasformarsi in qualcosa d’altro di più pericoloso e subdolo. Quel senso di colpa, sviluppato nell’infanzia, dalla giovane disegnatrice, quando per distrazione lasciò scappare il suo cagnolino, Maromi appunto, in strada, dove il povero animaletto trovò una tragica fine. Davanti al padre, Tsukiko bambina negò la verità per paura di essere sgridata; il padre intuì la verità ma la assecondò, e la figlia si convinse di questa falsa versione della morte del cagnolino, trasformandola nell’unica verità accettabile. Nella Tsukiko adulta, questo evento traumatico rimosso genera dapprima il pupazzo Maromi , che da un lato si pone a difensore di quella realtà rimossa, ma che nel contempo tiene Tsukiko lontana dalla sfida con i problemi reali, acquisendo talvolta vita e parola. E contemporaneamente, genera Shounen Bat, bugia materializzata in entità malvagia che si nutre della paranoia della società attaccando le persone. Tsukiko e la sua bugia divengono dunque il motore della vicenda: Shounen Bat è una protesi della sua pische che attacca tutti coloro che desiderano essere “salvati”, apparentemente riuscendo nell’intento di guarire le vite di questi malati, mentre Maromi , idolatrato e osannato da tutti, diventa il placebo dell’intera città avvolta nel turbine della nevrosi collettiva. Solo la moglie malata del detective Ikari è in grado di opporsi a Shounen Bat, poiché lei , nonstante la disperazione provocata dal fatto di non poter avere figli, è forte dell’amore incondizionato provato per il marito; amore talmente forte che consentirà anche alla donna di comparire nella dimensione creata da Ikari dopo il suo licenziamento e nella quale l’uomo sembra essersi rifugiato senza più tornare a casa: una città bidimensionale, accogliente e gioiosa, dove il detective e la giovane Tsukiko , lì condotta dal pupazzo Maromi, si ritrovano al riparo dal dolore e dai ricordi. La moglie, debole di salute, compare in questa città fittizia esprimendogli il desiderio di rivederlo prima di morire, per richiamandolo cosi alla realtà.
Quando i gadget, le pubblicità e i cartelloni di Maromi spariscono inspiegabilmente dalla città,si scatena l’isteria collettiva; senza più quel placebo, senza più quel limite, Shounen Bat si tramuta in una massa nera che inghiotte tutto e tutti, in uno scenario apocalittico di distruzione. A questo punto, il giovane detective Maniwa, che ha intuito nelle sue indagini “personali” l’origine di Shounen Bat, accorre presso Tsukiko, la costringe a rivelare la verità e fare pace con se stessa:solo nell’accettazione del dolore per la perdita del piccolo cagnolino Maromi, e nel perdono richiesto e accettato, e la bugia generata nella forma di Shounen Bat viene sconfitta e distrutta, mentre la città si risveglia tra le macerie.
L’epilogo della serie mostra una Tokyo due anni più tardi: frenetica e in movimento, ma dove, a differenza dell’incipit, le frasi dei viaggiatori , dei lavoratori e dei passanti rivelano che le persone non si nascondono più dietro a scuse o ipocrisie. La società sembrerebbe aver cosi acquisito la giusta dose di consapevolezza e di controllo, per poter sfuggire alle malattie della paranoia, della nevrosi, dell’isteria, che ci rendono schiavi, malati, in fuga perenne dalle responsabilità. L’ultima immagine dell’ultimo episodio fa presagire una realtà purtroppo ben diversa: il giovane Maniwa ha sostituito nel ruolo l’anziano che lo aveva aiutato nelle indagini, divenendo il simbolo di un eterno ritorno delle grandi angosce dell’uomo, che potranno sempre generare fughe dalla realtà e distorsioni quali sono state Shounen Bat e Maromi.
Paranoia Agent non è una serie semplice. Sicuramente per essere compresa a tutti i suoi livelli ha bisogno di un pubblico paziente e informato. Nell’aspetto unitario dell’opera, è inevitabile valutare i ritmi e le tematiche ad essi connessi : la narrazione è volutamente lineare quando vuole farci credere che ciò che vediamo sia davvero la vita reale e i fatti in essa collocati oppure quando vuole soddisfare il gusto commerciale del pubblico,traendo il proprio linguaggio da generi come lo sci-fi o il poliziesco thriller (anche se questi episodi sono misurati con il contagocce). Invece le fasi più oniriche e psicologiche, talvolta volutamente distorte e “fuorvianti”, meritano un ulteriore approfondimento per essere apprezzate, poiché sono i veri motori della storia. Non nascondo una piacevole sensazione di sorpresa a fronte dell’iperbole narrativa del finale, quando, dopo una serie di episodi stand-alone ,volutamente lontani dai luoghi e dalle linee narrative sin lì incontrate, avviene finalmente la sterzata “forte”, che, nel più classico degli sviluppi con il “colpo a sorpresa” , ci porta al breve e catastrofico finale, che sino a quel momento era stato impossibile prevedere.
Solo comprendendo la critica feroce dell’autore alla società giapponese, alla frenesia dei suoi ritmi e dei suoi consumi, allo stress, che schiaccia, aliena e distrugge l’individuo, spingendolo a scegliere forme di “libertà” e di fuga dal dolore e dalla fatica che si manifestano in feticci collettivi e in dimensioni mentali riparate e distorte, segnate dalla fuga e dalla rinuncia, e comprendendo di come il senso di colpa, psicoanaliticamente inteso, può arrivare a distruggere la psiche di un individuo e a spingerlo alla genesi di atti e pensieri terribili, possiamo arrivare ad un pieno apprezzamento delle tematiche dell’opera.
Il comparto grafico si mantiene su livelli qualitativi ottimi, con il tratto minimale , leggero e plastico tipico delle opere di Kon; le animazioni sono sempre di ottimo livello, e con il susseguirsi degli episodi non si può non rimanere piacevolmente colpiti dalle caratterizzazioni degli ambienti e degli aspetti di tanti giapponesi, tante persone come noi, messe sotto la lente con le loro piccole e grandi speranze, avidità, sogni e fallimenti.
Dal punto di vista dell’Audio, meritevole di menzione la OST ,composta da Susumu Hirasawa, pubblicata in CD nel 2005. In particolare, la OP Dream Island Obsessional Park (Yume no shima shinen kouen) , si rivela di una incantevole “elettricità”, che difficilmente vi scorderete.
Paranoia Agent è una serie maliziosamente intricata, un rompicapo di fronte al quale non potrete che smaniare per giungere alla conclusione. Sempre che essa possa in effetti averne una ,accettabile e univoca, per quanto non definitiva.
Infine, un grazie al maestro Satoshi Kon per la delicata e introspettiva poetica, per tutte le opere che ci ha regalato negli anni della sua, purtroppo troppo breve, carriera. In attesa di vedere il suo ultimo lavoro postumo, “Yume Miru Kikai” , credo che il mondo dell’animazione, del cinema e di noi tutti appassionati si senta un po’ più solo e insicuro.
Voto 8/10
