Men in Black 3 – Recensione in anteprima
Sfuggito alla sua prigionia sulla luna con la versione sci-fi della lima nella torta, il brutale alieno Boris corre indietro nel tempo, nel 1969, per uccidere l’Agente K, il Man in Black che lo ha arrestato. Per salvare la vita al compagno e proteggere la Terra da un’invasione extraterrestre, l’Agente J dovrà inseguire il malvagio nel passato e scoprire quale segreto ha cambiato per sempre la vita di K.
Men in Black 3
Genere: Fantascienza – Commedia
Regia: Barry Sonnenfeld
Interpreti: Will Smith, Tommy Lee Jones, Josh Brolin, Alice Eve, Emma Thompson, Jemaine Clement
Provenienza: USA
Durata: 105 min.
Casa di produzione: Sony Columbia Pictures
Distribuzione (Italia): Columbia Pictures
Data di uscita: 23 maggio 2012 (Italia); 25 maggio 2012 (USA)
La trama richiama in maniera spudorata la trilogia di Ritorno al Futuro, in particolar modo proprio il terzo episodio nel quale il giovane Marty si recava nel vecchio west per impedire che il suo amico scienziato Doc venisse ucciso da un fuorilegge. Inoltre, se nel capostipite della serie diretta da Zemeckis si sfruttava in chiave comica l’ambientazione negli anni ’50, allo stesso modo, Barry Sonnenfeld, già regista dei primi due Men in Black, fa altrettanto qui con i ’60.
In effetti, il concept è soprattutto un pretesto per imbastire una serie di gag comiche che vedono Will Smith alle prese con fatti, personaggi e fenomeni culturali dell’epoca, dalle discriminazioni razziali, passando per Andy Warhol fino al primo viaggio sulla Luna. I risultati però sono altalenanti, colpa di una sceneggiatura pigra, scritta, tra gli altri, da David Koepp e Jeff Nathanson, rispettivamente sceneggiatore e co-soggettista del quarto pasticciatissimo Indiana Jones per Steven Spielberg, produttore della trilogia di Men in Black. Koepp è colpevole anche del pessimo script de La Guerra dei Mondi, sempre spielberghiano. Qua e là spuntano trovate e battute che stiracchiano qualche sorriso ma la componenente comica, elemento fondamentale della serie, è perlopiù stantia e priva di nerbo.
Cuore della storia è il rapporto tra J e K, di nuovo interpretato da Tommy Lee Jones, messo da parte per buona parte del film così da lasciar spazio a Josh Brolin che presta il volto al personaggio da giovane. Per quale motivo sia stato preso un attore quarantenne ad interpretare un trentenne non è dato sapere ma il film ironizza sulla questione in modo molto intelligente. La storia si propone di svelare i segreti del passato di K. Salta fuori una relazione sentimentale appena abbozzata e male approfondita con l’Agente O, interpretata, nella versione adulta, da Emma Thompson, e in quella giovane dalla bella Alice Eve, già apprezzata e parimenti trascurata in The Raven. Aspettiamo di rivederla in Star Trek 2 sperando in un ruolo più consistente.
Boris l’Animale risulta un villain sui generis e monodimensionale che non si discosta mai dal suo intento iniziale. Fondamentale nella storia è l’alieno Griffin, in grado di prevedere ogni possibile futuro. La performance di Michael Stuhlbarg richiama, nell’espressività, un Robin Williams prima maniera, con il sorriso un po’ ebete, il mento pronunciato e gli occhi sgranati. Il personaggio dovrebbe essere l’elemento estraneo in aggiunta alla coppia J-K, un po’ come Joe Pesci in Arma Letale 3 e 4, ma, nonostante la simpatia, non riesce ad incidere fino in fondo.
Le creature aliene create dal solito Rick Baker sono suggestive ma gli effetti visivi denotano qualche sbavatura, le scene d’azione sono congegnate in maniera piuttosto svogliata e la riconversione in 3D è una delle più disastrose che si siano mai viste. Ed è grave dal momento che era stato annunciato come uno dei punti di forza principali del film. Danny Elfman, che abbiamo appena “sentito” non in gran forma in Dark Shadows, qui non fa niente di più che tirare fuori dal congelatore il tema principale della serie e poco altro. Nella colonna sonora figura il brano Back in Time, del rapper Pitbull, stesso titolo della canzone di Huey Lewis and The News in Ritorno al Futuro.
Il film dà il meglio nel finale, quando la rivelazione sul passato di K presenta un bel colpo di scena che getta nuova luce anche sugli episodi precedenti. Per il resto si tratta di un’opera debolissima, concepita con pigrizia e arrivata fuori tempo massimo. Forse il nome di Will Smith in locandina potrà aiutare la riuscita commerciale del prodotto ma il franchising Men in Black sembra aver fatto il suo tempo. Semplicemente, è un film di cui non si sentiva il bisogno.
